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Ancora ansimava (Parte 2 di 5)
La feci venire vicino e sostituii il pennello con la bottiglietta di coca non senza qualche mugolio: oltre all’aumentato diametro il liquido ancora contenuto le faceva frizzare. Le tolsi la bottiglietta dal culo, il collare e la mandai in bagno a svuotarsi della cocacola.
Si alzò un po’ preoccupata, sicuramente si domandava cosa avessi in mente. Me lo chiese quando, tornata dal bagno, si inginocchiò davanti a mè. La guardai in silenzio, mi alzai, la presi fra le braccia, la distesi sul letto e la guardai. Il tempo cominciava a lasciare il segno, ma era sempre una delle più belle donne della città, mi chinai su di lei e la amai. fui dolcissimo, ma nello stesso tempo forte ed impetuoso, le donai orgasmi a raffica, tanto da lasciarla senza fiato. Fu piacevole anche per me, a parte il fatto che preferisco incularla perchè è più stretta, fa sempre piacere sentire una donna che si scioglie fra le tue braccia. Rimanemmo abbracciati senza fiato per alcuni minuti, poi si alzò, si fece una velocissima doccia e tornò da me, rannicchiandosi fra le mie braccia.
Adesso eravamo nella fase dolce, delle coccole, di cui aveva bisogno ogni tanto per sentirsi ancora donna. A modo mio la amavo, non più come madre ( o meglio non solo ) ma come donna. è vero che la trattavo da puttana e anche peggio, che ne avevo fatto la mia schiava, ma solo perchè era lei che lo voleva. Nella mia, pur corta, carriera di soldato in giro per il mondo ne avevo viste di tutti i colori: ragazzine violentate, torturate ed uccise, ragazzini a cui infilavano la canna del fucile nel culo e poi sparavano ed altre atrocità che non mi hanno fatto dormire per giorni. Sono arrivato ad uccidere due soldati, due miei compagni, per quello che avevano fatto e la cosa non mi dato nessun fastidio, ma un senso di liberazione. Mi strinsi a Louise e mi lasciai andare in un sogno cupo, pieno di incubi.
Mi svegliai che ero solo, un biglietto mi rammentava che aveva questo suo appuntamento con una amica a cui non poteva rinunciare. Mi avrebbe spiegato tutto il giorno dopo, quando avremmo potuto passarlo da soli. La cosa mi incuriosì, ma decisi che ci avrei pensato solo al momento, mi alzai, e visto che erano ormai le diciassette, decisi per una bella doccia. La serata trascorse tranquilla, mi concessi una pizza, piatto che avevo imparato ad apprezzare lavorando con il contingente italiano, in una delle tante missioni di pace in giro per il mondo, ed un paio di birre di troppo. Passeggiavo sul lungomare quando mi accorsi che due persone mi seguivano. Ci sono persone nate per fare un determinato mestiere, io sono nato per fare il soldato. Il sesto senso del cacciatore ce lo hai o non ce lo hai ed è quello che mi avvertì che qualcosa non andava. Di colpo ritornai sobrio con tutti i sensi vigili al massimo, ma non smisi di avere una andatura un po’ traballante anzi la accentuai. Mi diressi lontano dalla folla, nella città vecchia, un dedalo di viuzze che la gente cosiddetta perbene evita soprattutto la sera. Mi appoggiai al muro con il braccio sinistro, nella tipica postura degli ubriachi, e con la destra impugnai il mio coltello, un serramanico con la lama tagliente come un rasoio e perfettamente bilanciato, feci scattare la lama mentre simulavo un conato di vomito ed aspettai. Non sapevo chi potessero essere e decisi di lasciare a loro la prima mossa. Non parlavano francese, erano albanesi, delinquenti di mezza tacca ed ero quasi deciso a risparmiarli, a fargli solo un po’ di paura, quando riconobbi le parole “… assassino dei propri compagni… ” e le cose allora cambiarono. Il primo che mi attaccò non fece neppure in tempo a pregare il suo Dio, scansai con il braccio sinistro il suo braccio armato di coltello e lo colpii appena sotto lo sterno, e la lama di quindici centimetri gli spaccò il cuore all’istante. Erano convinti di essere di fronte ad un ubriaco, quando saltai addosso al secondo questo non aveva tirato fuori neppure le mani dalle tasche, lo colpii con un pugno alla bocca dello stomaco e gli abbassai il giubbotto a metà schiena, e lo sbattei nel muro. Cominciò a lamentarsi flebilmente in albanese quando gli sussurrai nelle orecchie ” Ascolta bastardo, lo so che parli la mia lingua, chi è che mi vuole morto? ” Al suo silenzio premetti la lama del coltello sulla sua gola, seppi così che il fratello di uno dei due soldati che avevo ucciso in Bosnia, mi voleva morto. A lui non importava che quel bastardo fosse stato un sadico macellaio, voleva vendetta. Mi aveva seguito fino a casa ed aveva organizzato l’agguato con due delinquenti locali. Se tutto fosse riuscito dovevano fare uno squillo ad un numero di cellulare e dopo una ora li avrebbe raggiunti al vecchio cimitero, e li avrebbe pagati. Gli tagliai la gola, e lo lasciai affogare nel suo sangue, povero illusi se speravano di riscuotere per la mia morte, li avrebbero ammazzati comunque. Adesso caro Maurice, visto che eri tanto attaccato a tuo fratello vediamo se ce la faccio amandarti in sua compagnia.
Era buio pesto quando arrivai al vecchio cimitero, mi guardi intorno ma non vidi nessuno, studia il terreno e decisi di nascondermi dietro un muro sbrecciato. Dal mio nascondiglio potevo vedere praticamente tutta la strada e, cosa importante, un eventuale macchina doveva per forza parcheggiare li vicino, più avanti c’erano vecchie macerie. Fù solo allora che, con il cellulare che avevo trovato nelle tasche del secondo balordo che mi aveva attaccato, feci lo squillo concordato. mi distesi ed aspettai. Un solo lampione illuminava la scena ed i miei occhi si stavano abituando alla penombra, quando vidi arrivare una macchina. Un uomo scese, si appoggiò alla macchina, accese una sigaretta e si mise ad aspettare. Studiai il terreno, presi due pietre e le lanciai vicino al muro, davanti ai fari della macchina alla mia destra. Si mosse verso il rumore ed io gli scivolai dietro, fra lui ed i fari della macchina. … (segue)



